Nel mezzo del cammin di nostra Gaia vita

di Maurizio Fiumara
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Albrecht Durer, Adamo ed Eva, 1507, olio su tavola, cm 209 x 80

Nostra Madre Terra data circa quattro miliardi di anni. Gliene rimangono ancora approssimativamente cinque. Questo significa che, attualmente, si trova a poco meno della metà della sua vita stimata.

Per dare inizio alla genealogia dell’essere umano, invece, dobbiamo attendere presumibilmente fino a circa sei milioni di anni fa con i primi ominidi (anche se non tutti gli specialisti sono d’accordo con le date), ed altri milioni di anni (quasi sei) per giungere al cospetto di un patrimonio genetico il più simile a quello dell’uomo moderno, con quello che viene catalogato Homo Sapiens Sapiens, fatto risalire “soltanto” a ventimila anni fa. In altri termini, dal primo ominide ad oggi è trascorso un periodo pari a tre mila volte quello che ci separa dalla nascita di Cristo (tremila volte duemila anni!), cioè una quantità di tempo immensa, se pensiamo a quanto ci sembri lontano soltanto il ‘700 barocco.

Abbiamo, così, individuato tre principali tappe evolutive: origine della Terra (4 miliardi di anni), primo ominide (6 milioni di anni), essere umano (20 mila anni). E’ evidente la distanza temporale dei tre eventi, ma quanti sono quattro miliardi di anni? Per la nozione che l’essere umano ha del tempo, tanti, davvero tanti. Espressi in milioni, quattromila! Al confronto, “tremila volte duemila anni” è una scheggia! Ma il fatto più straordinario è che di questi quattromila milioni, tremilanovecentonovantanove virgola novantotto (3.999,98) sono trascorsi senza la presenza umana, cioè il 99,9995% del tempo, dalla comparsa della Terra ad oggi che, volendo rappresentare con una giornata di ventiquattro ore, vedrebbe la comparsa dell’“essere umano” soltanto allo scadere del giorno, esattamente 43,2 secondi prima dell’inizio del nuovo dì.

Già da questi dati si ricava quanto l’essere umano si senta, immotivatamente, così importante perchè l’unico (forse) tra gli esseri viventi a rendersi conto di esistere! Ma cosa è accaduto, dunque, in tutto questo tempo? Inizialmente, un fatto necessario e naturale (logico, diremmo oggi) perpetrato per milioni di anni: combinazioni molecolari, dovute alle polarità dei loro atomi, subordinate alla presenza dell’ambiente in essere, dipendente in parte da fattori esogeni, cioè provenienti dallo spazio, in parte dalle correlazioni tra ambiente stesso e massa molecolare, sempre nuova e sempre diversa, in ogni istante. Ambiente che condiziona legami chimici che, formando molecole nuove, condizionano, a loro volta, l’ambiente. Continuamente. Per milioni di anni. I primi cinquecento milioni della Terra sono trascorsi in questo modo, in un ambiente inospitale alla vita, dovuto a piogge di asteroidi ed eruzioni vulcaniche. Non dieci o venti anni. Cinquecento milioni.

Successivamente sono comparsi microorganismi monocellulari, essenzialmente stabili sotto il profilo evolutivo, uniche forme di vita per circa tre miliardi di anni. Tremila milioni! Solo seicento milioni di anni fa compaiono i primi organismi pluricellulari, vegetali ed animali, che lasceranno l’ambiente acquatico trasformandosi in anfibi, rettili, mammiferi. Un processo lento, lentissimo, impercettibile da una generazione all’altra, apprezzabile solo globalmente, come risultato.

E qui la mia ragione mi suggerisce un altro indizio: se l’uomo fosse il telos, il fine ultimo di tutte le cose, perchè un creatore avrebbe dovuto perdere tutto questo tempo nei preliminari? Questa è la storia della Terra e della vita su di essa. Un continuo divenire, un motore sempre in movimento che continuamente si rigenera, anelando ad una organizzazione sempre più complessa e sempre più efficiente. Ma senza un fine prestabilito e senza volizione.

Tutta questa palingenesi vitale, invece, mi fa pensare fondamentalmente a due cose. La prima: l’uomo che conosciamo oggi potrebbe ragionevolmente trovarsi ad uno stadio intermedio della sua evoluzione, non sul suo picco. E se consideriamo quanto sia cambiato in sei milioni di anni, che alla Terra ne rimangono ancora cinque miliardi e cosa è accaduto nei primi quattro, pur non conoscendone la sua funzione matematica, possiamo pensare a scenari futuri oggi non solo impossibili, ma addirittura incomprensibili.

La seconda: è verosimile pensare al futuro come derivazione del ruolo giocato in maniera rilevante da quella sostanza ancora così faticosamente decifrabile e oltremodo affascinante che è la mente. Il miglioramento e l’efficienza di tutte le forme viventi sono passati, nel tempo, come dimostrato migliaia di volte da altrettanti esperimenti inconfutabili, attraverso l’evoluzione naturale, rimasta esclusiva per miliardi di anni, determinata con la selezione darwiniana.

Ma con la comparsa dell’uomo, l’efficienza della sua specie deve dire grazie anche ad una nuova forma di evoluzione: quella culturale, trasmissibile attraverso la comunicazione ed appresa per imitazione. Per la prima volta, in assoluto, compare una nuova forma di avanzamento, questa volta indipendente dai geni, che intervengono solo come ausilio nella velocità di apprendimento, la cui peculiarità è la rapidità, procurando, parallelamente, risparmio di energia: il suo strumento è la mente.

L’evoluzione, quindi, ha creato un arnese, la mente, in grado di consentire miglioramenti della specie, a prescindere da un substrato materiale diretto come era sempre avvenuto in passato attraverso i geni.

Christian De Duve, premio Nobel per la medicina 1974, in “Polvere vitale” afferma che l’uomo di Cro-Magnon, vissuto 15.000 anni fa, possedesse più o meno gli stessi strumenti genetici odierni, quindi potenzialità da premio Nobel, ma che al suo tempo, proprio per l’embrionale dimensione mentale, non avrebbe saputo creare più di un utensile di caccia. L’enorme salto di livello evolutivo dal primo ominide e l’incommensurabile differenza da tutti gli altri esseri viventi lo dobbiamo, dunque, unicamente alla comparsa della mente, che ha accelerato esponenzialmente l’evoluzione, da sempre nella direzione di un minor spreco di energia: l’essere umano non è nato con la mente, ma si è migliorato a tal punto che la “necessità di esistere” della natura, in modo sempre più efficiente, lo ha condotto a creare questo nuovo strumento evolutivo. La materia, nel caso specifico i neuroni, potrebbe aver “sentito il bisogno” di creare la mente per poter influenzare il campo di probabilità nel fare scelte senza dispendio di energia, con tutto quello che la sua esitenza comporta: l’idea creata dalla mente, diventerebbe sufficiente ad influenzare una scarica neuronale per il solo fatto di aver simulato uno scenario, permettendoci di prendere decisioni ex ante a prescindere dalla verifica empirica; un po’ quello che avviene nel coinvolgimento provato con le rappresentazioni teatrali o guardando un film.

Dalla comparsa della prima molecola abiotica, quindi, è stato un continuo divenire, senza sosta, dove i comportamenti non intenzionali, ma necessari, delle molecole (avvicinamento, allontanamento, nutrizione,…) hanno le stesse origini per tutti gli esseri viventi, l’inconsapevole sopravvivenza al più basso spreco di energia, e a cui gli esseri umani attribuiscono una perigliosa ed inutile interpretazione comportamentale antropomorfizzata (convenienza, imitazione, astuzia, vendetta,…) che nulla c’entra con la realtà del fenomeno.

E dall’esame dei dati esposti, e con un po’ d’immaginazione, sempre utile nella ricerca, non si può escludere uno scenario futuro in cui lo sviluppo della specie umana possa condurre a suoi nuovi rappresentanti, vivi, veri, ma in forma di pura energia organizzata, priva di fisicità.

 (pubblicato su Cronache Laiche)

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