La morte. Filosofi a confronto

di Maurizio Fiumara
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Filippo Lippi, Funerali di Santo Stefano (particolare), 1460, affresco, cm 1000 x 1196

La morte continua a perseguitare l’uomo come il sommo dei terrori, nonostante tanta parte della letteratura ci insegni ad esserne indifferenti.

Anche se la divergenza di opinioni e di convinzioni nel giudizio degli antichi filosofi riguardo il “futuro destino dell’anima” è sempre stata ragguardevole, è da sottolineare l’unanimità nel considerare la morte semplicemente come un naturale riposo, attribuendo il terrore che l’accompagna addirittura ad una “fantasia malata”.

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Il mito della morte. Ma essa non ci riguarda

Umanizzare la vita nel senso di ridimensionarne il significato potrebbe migliorarne la qualità. Le religioni hanno contribuito non poco a peggiorarla instillando l’idea di una sopravvivenza personale alla morte. Quando si muore non ci siamo più, da nessuna parte. Fine della storia.

di Maurizio Fiumara
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Cristoforo Savolini, Morte di Seneca, 1660 – 1677, olio su tela, cm 167 x 202.

Il nostro cervello è la sede della memoria, delle abitudini, il luogo delle formattazioni neuronali della prima infanzia, della educazione, contiene gli habitus, i ricordi, i dati in grado di permettere il riconoscimento dei volti, dei luoghi, immagazzina tutto ciò che evita di imparare di nuovo, ogni volta, per la più piccola, la più banale, la più elementare delle operazioni. In esso si piegano le tracce del tempo individuale e quelle della collettività. Lì, si avvolge la lingua, e anche la cultura. La totalità del nostro corpo vi si trova rinchiusa, gestita, vissuta, contenuta. Il luogo dell’identità, la topica fondamentale dell’essere è dunque lui. Quando muore lui moriamo anche noi.

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Distacco

Per indole ho facilità di fare conoscenza con gli altri. E immediatamente gli altri mi dimostrano simpatia. Ma l’affetto non arriva mai. Non ho mai conosciuto dedizione. Mi è sempre sembrato impossibile che mi amassero, come un estraneo che mi dà del tu.

Non so se devo soffrire per questo, o se accettarlo come un destino indifferente per il quale non è necessario soffrire o accettare.

Ho sempre desiderato piacere agli altri. Mi è sempre rincresciuto che mi si mostrasse indifferenza. Orfano della Fortuna ho, come tutti gli orfani, il bisogno di essere l’oggetto dell’affetto di qualcuno. Ho sempre avuto fame di realizzare questa necessità. Mi sono talmente adattato a questa fame inutile che a volte non mi sembra neppure di avere la necessità di mangiare.

Ma, in un modo o nell’altro, la vita mi pesa. Gli altri hanno qualcuno che si dedica a loro. Io non ho mai conosciuto qualcuno che addirittura pensasse di dedicarsi a me. Gli altri sono accuditi: io sono trattato correttamente.

So che ho la capacità di suscitare rispetto, ma non affetto. Purtroppo non ho fatto mai niente finora per giustificare in se stesso quel rispetto iniziale che mi è tributato, cosicché le persone non arrivano mai a rispettarmi veramente.

Non ho le qualità di un leader né quelle di un seguace. Non ho nemmeno le qualità dei soddisfatti, che poi sono quelle che contano quando le altre difettano.

Altri, meno intelligenti di me, sono più forti: si ritagliano meglio la loro vita fra la gente; amministrano più abilmente la loro intelligenza. Avrei tutte le qualità per influire sugli altri, esclusa l’arte di saperlo fare e la forza di volerlo fare.

Se un giorno amassi non sarei amato.

Basta che io desideri una cosa perché la cosa svanisca. Il mio destino, però, non ha la virtù di essere mortale nei riguardi di qualcosa. Ha la debolezza di essere mortale nelle cose per me.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Illusione

Mi dispiace che non sia valsa la pena di scrivere e che il tempo perso in ciò che ho scritto l’ho guadagnato soltanto nell’illusione, ora perduta, di aver creduto che valesse la pena scriverlo. Tutto quello che cerchiamo lo cerchiamo per ambizione. Ma quell’ambizione non la si soddisfa mai, e allora siamo dei poveri; oppure crediamo di soddisfarla, e allora siamo dei pazzi ricchi.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Aleatorietà

Scrivo indugiando sulle parole come davanti a vetrine che non vedo, e sono mezzi-sensi, quasi-espressioni ciò che mi resta: come colori di stoffe che non ho decifrato, armonie esibite composte da chissà quali oggetti. Scrivo cullandomi come una madre pazza culla un figlio morto.

Un bel giorno che ignoro mi sono trovato a questo mondo e fino a quel giorno ero vissuto senza accorgermene, evidentemente da quando nacqui. Quando ho chiesto dov’ero tutti mi hanno ingannato e tutti si contraddicevano. Quando ho chiesto di indicarmi quello che dovevo fare, tutti mi hanno parlato falsamente e ognuno mi ha detto una cosa diversa. Quando mi sono fermato per strada perché non sapevo dove andare, tutti si sono stupiti che io non proseguissi verso un dove che nessuno sapeva cosa fosse, o che io non ritornassi indietro: io, che sveglio all’incrocio, non sapevo da dov’ero venuto.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Come mi vedono gli altri

E’ necessario un certo coraggio intellettuale per riconoscere lucidamente di non essere altro che uno straccio umano, un aborto sopravvissuto, un folle che tuttavia non necessita di essere ricoverato in manicomio. Ma è necessaria ancora più fermezza, allorché si ha la consapevolezza di tutto questo, per adeguarsi perfettamente al proprio destino, per accettare senza rivolta, senza rassegnazione, senz’alcun gesto o abbozzo di gesto, la maledizione genetica che la natura ci ha imposto. Sarebbe troppo volere che un individuo siffatto non soffra per questo, perché è proprio della natura umana accettare il male che riconosciamo con lucidità e chiamarlo bene; e se lo si accetta in quanto male è impossibile non soffrirne.

Capirmi dal di fuori è stata la mia grande disgrazia: la disgrazia della mia felicità. Mi sono visto come mi vedono gli altri e ho cominciato a disprezzarmi: non tanto perché riconoscessi in me dei motivi da farmi meritare disprezzo, ma perché da quel momento ho cominciato a vedermi come mi vedono gli altri e a sentire quel certo disprezzo che gli altri sentono per me. Ho sofferto l’umiliazione di conoscere me stesso. E siccome questo calvario è privo di nobiltà e di resurrezione qualche giorno dopo, non mi è restato che soffrirne l’infamia.

Ho capito che sarebbe impossibile che qualcuno mi amasse, a meno che non mancasse completamente di senso estetico, e allora io lo disprezzerei per questo; e che il solo simpatizzare con me non sarebbe altro che un capriccio dell’altrui indifferenza.

Vedere chiaro in noi e nel modo in cui gli altri ci vedono! Guardare questa verità negli occhi! E alla fine, il grido di Cristo sul Calvario, quando guardò negli occhi la sua verità: Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)