Come mi vedono gli altri

E’ necessario un certo coraggio intellettuale per riconoscere lucidamente di non essere altro che uno straccio umano, un aborto sopravvissuto, un folle che tuttavia non necessita di essere ricoverato in manicomio. Ma è necessaria ancora più fermezza, allorché si ha la consapevolezza di tutto questo, per adeguarsi perfettamente al proprio destino, per accettare senza rivolta, senza rassegnazione, senz’alcun gesto o abbozzo di gesto, la maledizione genetica che la natura ci ha imposto. Sarebbe troppo volere che un individuo siffatto non soffra per questo, perché è proprio della natura umana accettare il male che riconosciamo con lucidità e chiamarlo bene; e se lo si accetta in quanto male è impossibile non soffrirne.

Capirmi dal di fuori è stata la mia grande disgrazia: la disgrazia della mia felicità. Mi sono visto come mi vedono gli altri e ho cominciato a disprezzarmi: non tanto perché riconoscessi in me dei motivi da farmi meritare disprezzo, ma perché da quel momento ho cominciato a vedermi come mi vedono gli altri e a sentire quel certo disprezzo che gli altri sentono per me. Ho sofferto l’umiliazione di conoscere me stesso. E siccome questo calvario è privo di nobiltà e di resurrezione qualche giorno dopo, non mi è restato che soffrirne l’infamia.

Ho capito che sarebbe impossibile che qualcuno mi amasse, a meno che non mancasse completamente di senso estetico, e allora io lo disprezzerei per questo; e che il solo simpatizzare con me non sarebbe altro che un capriccio dell’altrui indifferenza.

Vedere chiaro in noi e nel modo in cui gli altri ci vedono! Guardare questa verità negli occhi! E alla fine, il grido di Cristo sul Calvario, quando guardò negli occhi la sua verità: Dio, Dio, perché mi hai abbandonato?

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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