Il mito della morte. Ma essa non ci riguarda

Umanizzare la vita nel senso di ridimensionarne il significato potrebbe migliorarne la qualità. Le religioni hanno contribuito non poco a peggiorarla instillando l’idea di una sopravvivenza personale alla morte. Quando si muore non ci siamo più, da nessuna parte. Fine della storia.

di Maurizio Fiumara
___________________________________________________

Cristoforo Savolini, Morte di Seneca, 1660 – 1677, olio su tela, cm 167 x 202.

Il nostro cervello è la sede della memoria, delle abitudini, il luogo delle formattazioni neuronali della prima infanzia, della educazione, contiene gli habitus, i ricordi, i dati in grado di permettere il riconoscimento dei volti, dei luoghi, immagazzina tutto ciò che evita di imparare di nuovo, ogni volta, per la più piccola, la più banale, la più elementare delle operazioni. In esso si piegano le tracce del tempo individuale e quelle della collettività. Lì, si avvolge la lingua, e anche la cultura. La totalità del nostro corpo vi si trova rinchiusa, gestita, vissuta, contenuta. Il luogo dell’identità, la topica fondamentale dell’essere è dunque lui. Quando muore lui moriamo anche noi.

Ippocrate scriveva che “l’uomo deve sapere che da null’altro che dal cervello provengono gioie, piaceri, risate e divertimenti, e dolori, tristezze, sconforto e lamenti.”

Per secoli la religione ha cercato di offrire soluzioni al problema della morte. Questo da quando la mitologia non riscuote più credito, neanche tra quelli che vogliono ancora credere a quelle storie, quali soluzioni ontologiche per un terrore cardinale, a cui dobbiamo la nascita degli dei e la creazione del cielo, quasi come tentativo di scongiuro.

Oggi l’humus nel quale lo stesso problema è immerso, è cambiato radicalmente, favorendo timidamente la ricomparsa di antiche saggezze, stoiche ed epicuree. Qualche filosofo afferma che “come a un’era precristiana è seguita un’era cristiana, inevitabilmente stia per seguire un’era postcristiana” e qualche altro che “ancora qualche millennio soltanto, e le religioni di oggi saranno le superstizioni di domani”.

Sicuramente sta prendendo piede la consapevolezza che non ci sia tutta questa esigenza di vivere e che, fino a quando nessuno lo recrimina con prove alla mano, il nostro corpo ci appartiene (e meno male, perché, al contrario, gli scenari sarebbero apocalittici, con autoflagellazioni in nome dell’anticristo) potendone disporre secondo la nostra volontà.

Un’esistenza non vale certo per la quantità di vita vissuta, ma per la qualità che il suo possessore ritiene accettabile. Si deve poter vivere quel che si vuole, non quel che si deve; una (buona) morte scelta è meglio di una (cattiva) vita subita. Il libero arbitrio non è “libero” se non è totale.

Nelle sue contraddizioni, invece, la tradizione ebraico-cristiana difende le cure palliative, riproponendo ogni volta il vecchio arsenale religioso: la sofferenza salvatrice, il dolore redentore, la morte come passaggio che richiede perdono, riconciliazione con il proprio entourage, sola condizione di serenità e pace con se stesso che facilita il confort post mortem; l’agonia come cammino di croce esistenziale (vedi il suicidio di Seneca o la Passione di Cristo).

Ma esiste una visione alternativa che ventitrè secoli dopo conserva tutta la sua efficacia e che sta rumoreggiando, permettendo di fare scelte più libere: quella di Epicuro.

Il filosofo dice che la morte non è da temere, perché quando c’è, non ci siamo più, e quando siamo là, essa non c’è. Di fatto, essa non ci riguarda. Forse ci deve riguardare soltanto come Idea.

Epitteto, dal canto suo, distingue tra ciò che dipende da noi (e su chi si deve agire) e ciò che non dipende da noi (e chi si deve imparare ad amare).

Da questa idea preziosa ne deriva che noi non abbiamo potere sul fatto di dover morire, dunque bisogna adattarsi (Marco Aurelio suggeriva di accettare ‘volontariamente’ l’inevitabile).

Ciò che possiamo fare, invece, è agire sulla realtà della morte che, in virtù del ragionamento epicureo, resta anzitutto, e prima di tutto, un’idea, una rappresentazione: essa non è ancora arrivata, non diamogli più di quanto le è dovuto quando sarà giunta la sua ora; in fondo è più tremendo il pensiero di una condanna a canti di lode per l’eternità che non esserci più, semplicemente.

Si viva la vita, attivando la totalità delle forze che la contraddistinguono. La si viva pienamente, totalmente, voluttuosamente. Un po’ più di  materialismo porta alla serenità. La morte implica l’abolizione della strutturazione di ciò che permette di godere o di soffrire.

Nulla da temere, dunque, dalla morte. I suoi effetti li produce prima, terrorizzandoci all’idea che ci aspetta. Ma non anticipiamo al presente la negatività. Quando verrà il momento sarà sufficiente.

L’essenziale consiste nel non morire già in vita, per non aver mai imparato davvero a vivere.

(pubblicato su Cronache Laiche)

Annunci