La morte. Filosofi a confronto

di Maurizio Fiumara
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Filippo Lippi, Funerali di Santo Stefano (particolare), 1460, affresco, cm 1000 x 1196

La morte continua a perseguitare l’uomo come il sommo dei terrori, nonostante tanta parte della letteratura ci insegni ad esserne indifferenti.

Anche se la divergenza di opinioni e di convinzioni nel giudizio degli antichi filosofi riguardo il “futuro destino dell’anima” è sempre stata ragguardevole, è da sottolineare l’unanimità nel considerare la morte semplicemente come un naturale riposo, attribuendo il terrore che l’accompagna addirittura ad una “fantasia malata”.

La morte, dicevano, è “il solo male che non nuoce quando è presente” e sicuramente è la fine di ogni dolore, quindi o assicura la felicità o pone termine alle sofferenze; in ogni caso “libera lo schiavo dal padrone crudele, apre la porta della prigione, placa gli spasimi del terrore, pone termine alla battaglia della povertà. E’ l’ultimo e migliore dono della natura, perché libera l’uomo da tutte le sue preoccupazioni. Nel peggiore dei casi non è che la fine di un banchetto che abbiamo gustato” riporta lo storico W. Lecky in “Storia della morale europea”.

Dello stesso parere Socrate per il quale la morte “o estingue la vita o la emancipa dalla schiavitù del corpo; anche nel primo caso è una benedizione e nel secondo è il più grosso dei regali.”

Epicuro suggeriva di abituarsi al pensiero di essere indifferenti alla morte, perché “ogni bene come ogni male consiste nelle sensazioni; e che cos’è la morte se non la fine di tutte le sensazioni?”. E c’è chi altrettanto stoicamente constata che “desiderata o temuta, non è una maledizione, né un male, ma semplicemente la risoluzione del nostro essere nei suoi elementi primitivi, la legge della nostra natura alla quale è dovere conformarci di buon grado”.

Dal canto suo, Seneca esortava i suoi amici a pensare che, nel dubbio, “se i morti conservano qualche sensazione, allora mio fratello, liberato, per così dire, da un carcere a vita, e finalmente in grado di godere la sua libertà, guarda giù da un’altezza più eccelsa alle meraviglie della natura e alle imprese degli uomini e vede più chiaramente le cose divine che così a lungo cercò invano di comprendere. E perché dovrei essere afflitto per uno che è o felice o niente? Affliggersi per il destino di chi è felice, sarebbe invidia; soffrire per il destino del niente sarebbe follia”.

Un’altra interpretazione, più colta, è quella di considerare che “l’uomo morto è uguale all’uomo non nato”, perché ritorna nel nulla da cui proviene, e poiché quel nulla già lo conosce non deve averne paura.

Un esempio di questa esegesi lo troviamo in Confucio il quale, come si fa spesso in matematica,  intuisce di poter costruire una funzione opposta a quella posseduta (infatti, i saggi restano indifferenti sia alla morte che alla vita riconoscendo che sono due facce della stessa medaglia) e attribuisce all’esistenza un valore negativo, ovvero di privazione, operazione plausibile se immaginiamo ‘il nulla’ come vera natura dell’uomo; in fondo l’esistenza è infinitamente piccola rispetto ai due infiniti nei quali soggiorniamo di più.

Così, in “Discorsi e dialoghi” risponde al discepolo Tzu Kung rilevando che generalmente “gli altri concepiscono la vita solo come un piacere, non capiscono che è una sventura. Credono che la vecchiaia sia uno stato di debolezza, non capiscono che è uno stato di serenità. Credono che la morte sia solo un’ingiuria, non capiscono che è uno stato di riposo. Nella morte ognuno ritorna a ciò da cui provenne. Gli antichi consideravano la morte come un ritorno a casa, la vita come un’assenza”.

Di sicuro la morte è un fatto, il muro del nostro personale ed inevitabile crash test a cui ciascuno è destinato. Ogni istante di vita è un centimetro in più verso quella fatalità: bisogna farsene una ragione, come riscontra James Jean che, definendo la vita come “un progredire verso la morte”, c’insegna che tutta la vita dev’essere vissuta come preparazione alla morte, senza essere sgomentati dal pensiero dell’inevitabile evento.

Se ci riflettiamo, al confronto quello cristiano è un insegnamento meschino perché, proponendo l’immortalità dell’anima, risolve la questione sfuggendola. Stratagemma che mi porta alla mente quei bimbi antipatici che pensano di riuscire sempre a farla franca, ripiegando sui genitori quando le cose si mettono male. La preghiera non è forse lo stesso?

Comunque la si voglia vedere, la morte è oggettivamente un cambio di stato e i mutamenti non sono mai piacevoli, anche se la nuova condizione fosse migliore.

Dunque, se vogliamo consolarci possiamo provarci condividendo il pensiero di Shakespeare ritenendo che, in fondo, “la morte non è che dormire e dimenticare”. Buona notte.

(pubblicato su Cronache Laiche)

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