La natura ci inganna, viva la natura!

di Maurizio Fiumara
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John William Waterhouse, My Sweet Rose, 1908, olio su tela

La natura è bella, è nostra madre, noi siamo natura. Fatti, apparentemente ineccepibili. Nelle evidenze, però, la natura non è incantevole e, soprattutto, così madre. Intendo dire, è necessariamente madre perché ci ha generati, ma non anche perché benevola. Infatti non è sua prerogativa proteggere i propri figli.

E’ palese come nello svolgimento delle sue funzioni essa tuteli solo se stessa, con meccanismi, tutt’altro che materni o amichevoli, finalizzati a prolungare la propria vita, non curandosi della difesa della singola creatura.

Così, quando pensiamo ad essa immaginando un tramonto infuocato in riva al mare, ai cinguettii in un bosco secolare, ai pinguini che giocano sui ghiacciai dell’Antartide, all’aurora boreale dei paesi nordici o alla nascita di un cucciolo in qualunque angolo della Terra, stiamo commettendo un peccato di omissione perché, parallelamente, dovremmo annoverare tutte le modalità cruente e spietate a cui ricorre per la propria sopravvivenza: abbandoni, uccisioni, inganni, ingiustizie, malattie, morte; come una perfida regina, chiede il sacrificio costante della singola vita per la sopravvivenza della Vita. Basta immergersi negli istruttivi documentari naturalistici per rendersi conto che la natura non è amica del singolo. E’ l’economia globale a prevalere. (Si è stati cattivi spettatori della vita, se non si è vista anche la mano che delicatamente uccide – F.Nietzsche).

Solo l’Uomo si sforza continuamente di andare “contro natura”, comportandosi secondo un’etica, da lui creata, vivendo faticosamente di sentimento in un mondo che non ha spazio per l’emozione.

La natura non ha un’etica, ha una forza. Vincono il più resistente o il più astuto, mai l’indulgenza: questa, appena faccia capolino viene duramente punita, a meno di un vantaggio finale pro natura. E’ regolata da leggi, tassative, inoppugnabili, a cui non deroga; come in informatica, è possibile solo ciò che è programmato, il resto non verrà mai eseguito, anche se da quell’operazione dipendesse la sopravvivenza di un’esistenza.

E anche la sua bellezza non è sincera, ma subdolo strumento per ammaliare le sue prede. Solo la ragione dell’Uomo (se ben allenata) talvolta può sfuggirvi.

Su tutto, ed in assoluto, prevale, nelle sue diverse forme, il tornaconto, la convenienza, il guadagno. E se esiste l’eccezione, questa servirà per confermare la regola; la natura ha pensato anche a questo. A qualunque situazione si provi a pensare, risulterà che il fine ultimo è sempre ‘lei’ attraverso l’interesse individuale, per qualunque suo elemento, dall’atomo alle galassie.

E noi non possiamo sfuggire a questa regola, anche quando ci illudiamo di farlo, fidandoci di una coscienza che percepiamo onesta ed amica; nei fatti esegue ordini dall’alto, un modo escogitato dalla natura per effettuare la sua volontà.

Aiutiamo gli altri pensando di essere altruisti, ma lo facciamo per noi stessi, perché un giorno potremmo avere bisogno di qualcuno che si occupi di noi, o per il capriccio di metterci in mostra. Intanto chi se ne avvantaggia è la natura. Si mettono al mondo figli fingendo che sia utile, ma non si è ben capito per chi. Le motivazioni raccolte nel tempo sono tutte patetiche quando non, addirittura, mostruose; qualcuno lo giustifica con la paura di rimanere solo, qualcun’altro per non apparire anticonvenzionale. C’è chi lo fa per dare un fratellino alla sorellina e chi per aumentare l’assegno familiare. Una volta era per avere più braccia nei campi!! Poi c’è chi lo fa per Dio e chi per mille altri motivi. Tutti egoistici. C’è qualcuno che pensa al bambino che nascerà?

Secondo il prof. Richard Dawkins (1941), famoso etologo dell’Univerità di Oxford, negli esseri viventi l’origine di questo tornaconto (potremmo chiamarlo il “peccato originale”) è il gene, molecola proteica dei caratteri ereditari, a cui Madre Natura ha delegato questo compito.

Se si osservano i comportamenti di tutte le specie viventi, infatti, ci si accorge che questa intuizione, proposta nel 1976, è terribilmente verosimile.

E’ chiaro che il gene non agisca con intenzionalità, ma di fatto la sua ontologia ne evidenzia una finalità di sopravvivenza, a prescindere da ogni cosa.

Il gene, dal momento della sua comparsa ha voluto sopravvivere ed ha escogitato per la sua protezione una “macchina” sempre più raffinata che potesse veicolarlo nello spazio e nel tempo, suggerendole il modo migliore per farlo sulla base dell’ambiente circostante.

Attraverso un codice (genetico) la “macchina” sarebbe portata ad agire facendo scelte in grado di assicurare al gene la propria maggior probabilità di sopravvivenza. Il codice non solo le suggerirebbe caratteri morfologici come la pelle scura per una migliore protezione dal sole in territori prevalentemente soleggiati, o pellicce folte per geografie dalle temperature rigide, ma stabilirebbe per il suo cervello (negli animali) soglie probabilistiche di “accettazione o rifiuto” per tutti gli eventi casuali; “stupide” macchine, dunque, con l’unico scopo di preservare “il gene egoista”.

Ecco una delle spiegazioni alla c.d. coazione a ripetere del genere umano, così evocata da psichiatri e affini: in assenza di una sufficiente consapevolezza/forza di volontà continuiamo a ripetere i nostri errori perché il cervello (noi) è stato programmato in questo modo dal gene (“a sua immagine”), nostro vero creatore (“Dio è dentro di noi”!) per la sua propria utilità, la sua propria sopravvivenza.

Quante volte abbiamo rimarcato il comportamento animale come intelligente senza accorgerci che non è tanto quello ad essere intelligente quanto il nostro ad essere automatico, con la sola differenza che noi ci rendiamo conto di cosa stiamo facendo.

Uno scenario insolito ed angosciante, per un certo verso, ma dedotto da studi annosi, effettuati con grande meticolosità da studiosi di tutto il mondo, le cui evidenze non lasciano dubbi.

Esempi sono offerti da alcune specie di uccelli come il cuculo Britannico o gli “Indicatori del miele” caratterizzati dal deporre le uova nel nido di altri uccelli, che nel venire alla luce prima dei fratelli e sorelle adottivi, li uccidono, meccanicamente, gettando le uova dal nido o colpendole col robusto becco ricurvo, con lo scopo di avere più cibo per se stessi e quindi maggior probabilità di sopravvivenza per il gene. Comportamento, in alcune specie, adottato addirittura nei confronti di fratelli naturali! Poiché il primo nato dovrà competere con fratelli e sorelle non ancora sgusciati, potrebbe essere vantaggioso cominciare la vita col gettare giù almeno una delle altre uova.

Si è visto che quando una madre viene abbandonata dal suo compagno vorrebbe più di ogni altra cosa (il suo gene lo vorrebbe per la propria sopravvivenza!) ripartire le fatiche di allevare un figlio con un altro maschio, ma per fare questo dovrebbe ricorrere all’inganno e poiché il piccolo non porta nessun gene del patrigno, la natura, in alcuni casi, ha escogitato il modo per tutelare i maschi dalla trappola.

Tra i topi è stato individuato un comportamento denominato “effetto Bruce” che consiste nella produzione, da parte del maschio, di una sostanza chimica che, se viene fiutata da una femmina gravida, può causarle l’aborto. Il meccanismo è così sofisticato che la topolina abortisce solo se l’odore è diverso da quello del suo precedente compagno. Così il topo maschio distrugge i suoi potenziali figliastri, sicuro che la progenie di quella topolina, da quel momento, conterrà per metà anche i suoi geni.

Atteggiamento molto simile a quello dei leoni maschi che, appena arrivati in un nuovo branco, di solito uccidono tutti i cuccioli presenti, presumibilmente perché non sono figli loro.

Nonostante tutto (o proprio per questo) la natura è in continuo divenire, un gioco al massacro che produce sempre nuovi discendenti, semplici strumenti di una dinamica opportunistica, dalla quale non procurarsi alcuna utilità.

L’essere umano è l’unico, fino ad oggi, che potrebbe ribellarsi; è risaputo quanto la ragione umana ottenga grandi vantaggi per la sua specie quando prevale sulla natura: la lotta alle malattie ne è un esempio. Ma assecondarla è meno dispendioso in termini di energia; si sa, la massa è passiva, pigra, incapace di comprendere che liberarsi dalle sue leggi, significa migliorare la condizione umana, quindi rinuncia e accetta, facendosene una ragione.

Tutto previsto.

 (pubblicato su Cronache Laiche)

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