“Idea di dio” come variabile plausibile

di Maurizio Fiumara
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Caravaggio, L’incredulità di San Tommaso, 1600-1601, olio su tela, cm 107 × 146.

Con il 1947 nasce la fisica virtuale, anche se già nel XVII secolo, con il Meccanicismo, si fanno supposizioni su elementi della materia che di fatto non possono essere osservati: gli atomi.

Quindi scienza non solo in grado di stabilire regole attraverso l’osservazione diretta di un oggetto, ma di creare leggi attendibili anche e soltanto sull’esplorazione degli effetti prodotti da un oggetto non percepito, le cui esistenza e natura sono solo supposte.

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Come un vestito smesso

A volte, non so perché, sento di essere sfiorato da un avviso di morte… Un vago malessere che non si materializza in un dolore e perciò tende a spiritualizzarsi in un fine, cioè una stanchezza che richiede un sonno talmente profondo che il dormire non gli basta: insomma, è come se, nella spossatezza della malattia, lasciassi scivolare senza forza e senza nostalgia le mie deboli mani dalla coperta rimboccata.

E allora rifletto su questa cosa che chiamiamo morte. Non voglio dire il mistero della morte, che non comprendo, ma la sensazione fisica di cessare di vivere. L’umanità ha paura della morte ma in un modo incerto; l’uomo normale di solito se la cava bene; l’uomo normale malato o vecchio rare volte guarda con orrore l’abisso del nulla che egli attribuisce a quell’abisso. Dipende tutto dalla mancanza di immaginazione. E non c’è niente di meno esatto che pensare alla morte come a un sonno. Perché dovrebbe esserlo, se la morte non assomiglia al sonno? L’essenziale virtù del sonno è svegliarsi da esso; e dalla morte, credo, non ci si sveglia. E se la morte assomiglia al sonno dovremmo anche essere convinti che ci si sveglia da essa. Ma non è questo che l’uomo normale pensa: egli vede la morte come un sonno dal quale non ci si sveglia. Il che non significa nulla. Come ho detto, la morte non assomiglia al sonno, perché nel sonno si è vivi e si sta dormendo; e mi pare impossibile paragonare la morte a qualcosa, perché non abbiamo esperienza di essa e non abbiamo niente a cui paragonarla.

Guardando un cadavere, la morte mi sembra una partenza. Il cadavere mi dà l’impressione di un vestito smesso. Qualcuno se n’è andato e non ha avuto il bisogno di portare con sé quell’unico vestito che indossava.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Limiti

Dalla nascita alla morte, l’uomo vive servo sella stessa esteriorità di se stesso che hanno gli animali. Per tutta la vita non si vive, ma si vegeta in un grado più alto e con più complessità. Segue delle norme che non sa che esistono, né sa di seguirle, e le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi atti, sono tutti incoscienti: non perché in essi manchi la consapevolezza, ma perché in loro non ci sono due coscienze.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Fobia sociale

Convinto che ogni passo che muovevo nella vita era un contatto col terrore del Nuovo, e che ogni nuova persona che conoscevo era un nuovo frammento vivo dell’Ignoto che io collocavo sulla mia scrivania per una quotidiana riflessione di paura, ho deciso di astenermi da tutto, di non andare da nessuna parte, di ridurre le azioni al minimo, di sottrarmi il più possibile agli appuntamenti con gli uomini e con gli avvenimenti, di raffinare l’astinenza e di coltivare la rinuncia. A tal punto mi spaventa e mi tortura vivere.

Prendere una decisione, portare a termine una cosa qualsiasi, uscire dal dubbio e dall’incertezza sono imprese che mi sembrano catastrofi, cataclismi dell’universo.

Sento la vita come apocalisse e cataclisma. Ogni giorno cresce in me l’incapacità di abbozzare un gesto, addirittura di vedermi affrontare chiare situazioni reali.

La presenza degli altri – fatto così sorprendente per l’anima in ogni momento – è per me sempre più dolorosa e angustiante. Parlare mi riempie di brividi. Se qualcuno mi guarda, io sussulto.

Vivo perpetuamente sulla difensiva. Gli altri e la vita mi feriscono. Non posso fissare la realtà negli occhi. Perfino il sole mi avvilisce e mi spaventa. Soltanto la sera, quando mi trovo solo con me stesso, estraneo, dimentico, smarrito, senza vincoli con ciò che è reale, senza partecipazione con ciò che è reale, senza partecipazione con ciò che è necessario, mi ritrovo e mi consolo.

Sento il freddo della vita. Tutta la mia esistenza è una cantina umida, una catacomba buia. Io sono la grande disfatta dell’ultimo esercito che difendeva l’ultimo impero. In me c’è il sapore del crollo di una civiltà antica e dominatrice. Sono solo e abbandonato, io che ero abituato a comandare gli altri. Sono senza amici e senza una scorta, io che ero sempre scortato da qualcuno.

Non parlo la lingua della realtà e barcollo fra le cose della vita come un malato costretto a letto da lungo tempo che si alza per la prima volta. Soltanto a letto mi sento a mio agio. Quando la febbre mi assale la gradisco come se fosse una cosa naturale, al mio stare coricato. Tremo e mi turbo come una fiamma al vento. Soltanto nell’atmosfera morta delle stanze chiuse riesco a respirare la normalità della mia vita.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Angoscia

Ah, chi mi salverà dall’esistere? Non è la morte che voglio, né la vita: è quel qualcosa che brilla nel fondo dell’inquietudine come un diamante possibile nel fondo di un pozzo in cui non si può scendere.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Da che mondo è mondo

Vince colui che pensa solo a ciò che gli serve per vincere. Il resto, che è l’indistinta umanità amorfa, sensibile, immaginativa e fragile, non è altro che il panno di fondo sul quale risaltano i protagonisti della scena finché il dramma delle marionette non finisce.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)