Fobia sociale

Convinto che ogni passo che muovevo nella vita era un contatto col terrore del Nuovo, e che ogni nuova persona che conoscevo era un nuovo frammento vivo dell’Ignoto che io collocavo sulla mia scrivania per una quotidiana riflessione di paura, ho deciso di astenermi da tutto, di non andare da nessuna parte, di ridurre le azioni al minimo, di sottrarmi il più possibile agli appuntamenti con gli uomini e con gli avvenimenti, di raffinare l’astinenza e di coltivare la rinuncia. A tal punto mi spaventa e mi tortura vivere.

Prendere una decisione, portare a termine una cosa qualsiasi, uscire dal dubbio e dall’incertezza sono imprese che mi sembrano catastrofi, cataclismi dell’universo.

Sento la vita come apocalisse e cataclisma. Ogni giorno cresce in me l’incapacità di abbozzare un gesto, addirittura di vedermi affrontare chiare situazioni reali.

La presenza degli altri – fatto così sorprendente per l’anima in ogni momento – è per me sempre più dolorosa e angustiante. Parlare mi riempie di brividi. Se qualcuno mi guarda, io sussulto.

Vivo perpetuamente sulla difensiva. Gli altri e la vita mi feriscono. Non posso fissare la realtà negli occhi. Perfino il sole mi avvilisce e mi spaventa. Soltanto la sera, quando mi trovo solo con me stesso, estraneo, dimentico, smarrito, senza vincoli con ciò che è reale, senza partecipazione con ciò che è reale, senza partecipazione con ciò che è necessario, mi ritrovo e mi consolo.

Sento il freddo della vita. Tutta la mia esistenza è una cantina umida, una catacomba buia. Io sono la grande disfatta dell’ultimo esercito che difendeva l’ultimo impero. In me c’è il sapore del crollo di una civiltà antica e dominatrice. Sono solo e abbandonato, io che ero abituato a comandare gli altri. Sono senza amici e senza una scorta, io che ero sempre scortato da qualcuno.

Non parlo la lingua della realtà e barcollo fra le cose della vita come un malato costretto a letto da lungo tempo che si alza per la prima volta. Soltanto a letto mi sento a mio agio. Quando la febbre mi assale la gradisco come se fosse una cosa naturale, al mio stare coricato. Tremo e mi turbo come una fiamma al vento. Soltanto nell’atmosfera morta delle stanze chiuse riesco a respirare la normalità della mia vita.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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