“Idea di dio” come variabile plausibile

di Maurizio Fiumara
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Caravaggio, L’incredulità di San Tommaso, 1600-1601, olio su tela, cm 107 × 146.

Con il 1947 nasce la fisica virtuale, anche se già nel XVII secolo, con il Meccanicismo, si fanno supposizioni su elementi della materia che di fatto non possono essere osservati: gli atomi.

Quindi scienza non solo in grado di stabilire regole attraverso l’osservazione diretta di un oggetto, ma di creare leggi attendibili anche e soltanto sull’esplorazione degli effetti prodotti da un oggetto non percepito, le cui esistenza e natura sono solo supposte.

Anche quando si parla del divino parliamo di qualcosa che si suppone esista, ma che i nostri sensi non percepiscono (non abbiamo una sua foto, un odore, una consistenza materiale) insomma, nulla di concreto, solo le possibili conseguenze.

Ma, mentre la percezione sensoriale di un dio potrebbe non essere cosa importante, fondamentali per la comprensione sono le sue realizzazioni. E’ con queste che l’Uomo deve fare i conti. E su questo piano cominciano le contraddizioni.

L’analisi empirica dell’atomo, gli esperimenti sulla materia, l’osservazione dei risultati portano sempre verso conseguenze replicabili, in qualunque momento da chiunque, quella del divino no. Anzi, l’osservazione fenomenologica immanente condotta scientificamente o attraverso la Ragione porta più facilmente ad una clamorosa assenza/esigenza del trascendente, piuttosto che ad una sua conferma, tanto meno ad una concezione teistica.

E’ facile pensare, dunque, che dalla comprensione della propria finitezza, l’essere umano abbia inevitabilmente bisogno di un benchmark, cioè di un modello di confronto per misurare lo scostamento dalla perfezione anelata, dal suo ideale bramato ed irrangiungibile, da un dio, appunto.

L’idea di un dio come esigenza (acquisita), dovuta ai limiti della sensibilità, cioè all’insufficienza dei sensi nel comprendere ciò che è nascosto nella natura, regolatrice passiva dei comportamenti e delle tendenze degli uomini risulterebbe efficace tanto quanto l’effettiva esistenza di un principium universitatis che governa l’universo; parafrasando Ludwig Feuerbach, “Non è Dio che crea l’uomo, ma l’Uomo che ha creato l’idea di Dio”.

E ancora una volta, come nel caso della mortalità dell’anima, l’uomo sarebbe in grado di condurre un’esistenza retta, anche sostituendo nella funzione della Vita la variabile “dio” con “idea di dio”.

Apparentemente un dettaglio, ma questa circostanza, opportunamente ufficializzata, produrrebbe vantaggi pantagruelici ed una serie di effetti a cascata che darebbero una nuova faccia al mondo e alla sua cultura: primariamente la superfluità della Chiesa e delle gerarchie omologhe, che le condurrebbe alla loro naturale rimozione, con la conseguente soppressione della loro ingerenza nelle scelte politiche addirittura su pure opinioni religiose come l’indissolubilità del matrimonio o la sacralità della vita dell’embrione, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici a vantaggio del circuito economico, e la comparsa di uno stato più laico, quindi più libero, come vagheggiato da Arminiani ed Erastiani nel ‘600, che non subirebbe più condizionamenti nè forzature, col risultato di ottenere un’umanità più concreta, forse più solidale, e certamente meno credulona.

(pubblicato su  Cronache Laiche)

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