Debito pubblico: la realtà che non si vede

di Maurizio Fiumara
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Thomas Couture, Il sentiero impervio, 1873, olio su canvas.

Parlare di numeri legati all’economia aggregata significa, sostanzialmente  e generalmente, parlare del nulla. Anche quando la notizia è, come in queste ore, di un incremento del debito pubblico sia rispetto al mese precedente, sia rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, sia rispetto alla chiusura dell’anno passato.

Il lettore sbrigativo legge semplicemente un numero più alto, che suggerisce una situazione non rosea. Ma per lui non è una grossa novità. Pazienza. Ci sarà una soluzione anche questa volta. Il lettore sbrigativo non ha tempo per riflettere. Lo specialista, invece, sì. E si allarma.

Un aumento del debito pubblico di quindici miliardi di euro in un mese dai 1.812 di aprile ai 1.827 di maggio non significa solo un peggioramento oggettivo della contabilità nazionale, ma anche un’estensione alla coerenza tra gli indicatori aggregati e quelli individuali.

In altre parole, la statistica nazionale deve dare un quadro di insieme del Paese per cui deve trattare gli “aggregati”, appunto, i quali possono non interpretare necessariamente la situazione contingente di ciascun cittadino, perché egli contribuisce solo per un sessantamilionesimo del valore globale.

Quando, invece, gli incrementi sono così repentini come quelli dichiarati in questi ultimi mesi e confermati in queste ore, significa due cose molto importanti: che il valore aggregato comincia a rappresentare in maniera meno distorta la maggioranza dei singoli cittadini e, cosa ben più importante, che il ritorno ad una situazione accettabile si fa più distante e complesso, se si manterranno le condizioni macroeconomiche mondiali attuali.

E poiché gli indicatori internazionali non sono incoraggianti, sarà necessario cominciare ad informarsi meglio su cosa rappresenti davvero la crisi economica che stiamo attraversando, definendo più accuratamente che in passato le scelte, temporanee e a lungo termine, per il proprio stile di vita, presente e futuro, perché la realtà a volte non si vede, per una “umana” capacità di adeguamento e perché i tempi dell’economia sono lenti, nell’ordine di decenni. Ma la realtà è ciò che rimane.

(pubblicato su  Cronache Laiche)

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