Altruismo

Io ho una morale molto semplice: non fare del male né del bene a nessuno. Non fare del male a nessuno perché non solo riconosco agli altri lo stesso diritto, che credo mi spetti, di non essere disturbato, ma perché penso che per il male del mondo bastino i mali naturali. A questo mondo viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto ignoto per un porto ignoto; è necessario avere nei confronti degli altri una amabilità da viaggiatori. Non fare del bene, perché non so cos’è il bene né so se faccio del bene quando credo di farlo. Come posso conoscere gli eventuali danni che arreco nel fare un’elemosina? Come posso conoscere i mali che posso causare quando educo o istruisco qualcuno? Nel dubbio, mi astengo. E trovo anche che aiutare o delucidare è, in un certo qual modo, commettere il male di intervenire nella vita altrui. La bontà è un capriccio del temperamento: non abbiamo il diritto di rendere gli altri vittime dei nostri capricci, anche se di umanità o di tenerezza. I benefici sono cosa che si infliggono, per questo li detesto freddamente.

Dal momento che, per un principio morale, non faccio il bene, allo stesso modo non esigo che sia fatto a me. Se cado ammalato, ciò che più  mi pesa è di obbligare qualcuno a curarmi, cosa che non mi piacerebbe fare a qualcun altro. Non ho mai visitato un amico malato. Ogni volta che sono stato malato e qualcuno mi ha visitato, ho sofferto quella visita come un disagio, come un insulto, come un ingiustificabile violazione della mia imprescindibile intimità. Non mi piace che mi vengano fatti doni: in tal modo mi sento obbligato a far doni anch’io: alle stesse persone o ad altre, o a chicchessia.

(da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

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