Dalle anomalie della spesa sociale italiana alle sfide dei sistemi di welfare dell’Unione europea

Un mio studio di qualche anno fa tenta di spiegare la condizione dell’attuale  spesa sociale italiana e dell’origine della crisi dei welfare europei degli ultimi anni.

di Maurizio Fiumara
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Masaccio, La distribuzione dei beni e la morte di Anania,1426-1427, affresco, cm 230 x 162.

Nonostante già dal 1600 sia forte in Europa l’esigenza di un’organizzazione assistenziale degli Stati, è nota la scarsa attenzione che riceve la spesa assistenziale nel nostro paese. Le risorse che vengono destinate ai più poveri sono poche. Sicuramente molte meno di quelle possibili in proporzione al reddito pro capite e molto meno di quanto spenda la maggior parte degli altri paesi Ue e OCSE. Il continuo declino, dal 1960, delle risorse destinate alle politiche assistenziali e l’anomalia del livello sono l’indicatore più significativo del disinteresse del legislatore verso le problematiche connesse alla povertà della popolazione; solo la Grecia, tra i paesi dell’Unione europea, si trova in simili condizioni.

La contabilizzazione della spesa assistenziale e la sua comparazione con gli altri Paesi Membri, allo stesso tempo, non è di facile conseguimento per la presenza di diversi fattori che ne complicano la realizzazione, non ultima, la predisposizione a voler rendere poco trasparente la collocazione delle quote nell’una o nell’altra tipologia di spesa al fine di poterle classificare opportunamente, a seconda delle necessità.

In generale, il lavoro precario, i carichi familiari, la non autosufficienza, l’esclusione sociale, la mancanza di adeguate opportunità formative, l’obsolescenza delle competenze professionali e l’invecchiamento demografico sono tutte problematiche che, con esclusione dei paesi nordici, stanno mettendo a dura prova i welfare internazionali, per cui è diventato necessario ed urgente riscrivere il contratto fra generazioni.

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